Lettera ad un artista anonimo

Caro Zefferino,

oggi vi ho portato al mare, si, al mare, tu e nonna.
Dove siamo cresciute noi, ricordi? le more e i pinoli che ora costano un occhio della testa e non si trovano mica più, perché tolgono le pigne per non farle cadere in testa ai turisti , qui sul litorale jesolano.
Il mare è di quello che piace ai tedeschi, che bagna le spiagge lunghe di sabbia fine , di quella che ci puoi costruire i castelli. E vi ho trovato un castello proprio a due passi dal mare, ma lontano dal caos, come piaceva a voi.
Ho spostato qui le poltrone di casa, vecchie e morbide come i pensieri che avevate per noi sempre e come i vostri scherzi, che non mancavano mai e parlavano sempre di sesso, ma di un sesso sano e genuino, imbevuto d’amore.
Sono qui, in questa casina di pietra, ai bordi del fiume Sile.
Qui non ci sono i pini marittimi dalle spighe sottili, ma i salici piagenti con i loro folti manti a solleticare il lago. Ma tanto lo sappiamo, direbbe nonna, che i pinoli per le sarde in saor ormai si devon comprare al supermercato, mica come quando eri piccina che la nonna ti portava in pineta col cesto e tornavamo stracolmi di gusci che annerivano le dita.
I salici cadono eleganti sulle rive dei laghetti, qui si pesca in tranquillità. A te nonno piaceva esser elegante, sempre, ma non ti piaceva pescare così però: lunghe erano le passeggiate all’alba in battigia, e se ne trovavano a bizzeffe di telline e vongole e poi ti tuffavi, tu che eri davvero un tuffatore, e insegnavi a tutti la spavalderia di un eroe veneziano: li ce n’era di cozze da portar su e persino i ricci di mare.
Quelli mi facevano un po’ di impressione sopratutto perché li mangiavate crudi…ma cosa vuoi farci era bello così. Si poteva, il mare era sano, e la laguna una piscina pulita a cielo aperto.
Le tende sul litorale si piantavano dietro le dune, la spiaggia lunga un chilometro e passa per arrivare al mare, e si scavano i pozzi belli fondi per raccogliere l’acqua e farci i panni e le stoviglie, proprio come un tempo a Venezia, ma senza l’argilla sul fondo a filtrare, che comunque il paese poco lontano aveva l’acqua da bere. Lunghe anche le pedalate di voi grandi fin là!
A me di quel tempo resta qualche diapositiva che mangio la sabbia , una bambolotti di pochi mesi tutta nuda sull’asciugamano coi cugini grandi che si rincorrono e fanno gli sberleffi tutt’intorno. risate, un sacco di risate nelle diapositive.
Dopo c’è stato il divieto di campeggiare o forse era già vietato e tutti facevan finta di non saperlo. Del resto al Lido andavano i benestanti, tutti stretti nelle capanne come in alveari e a noi invece piaceva la spiaggia lunghissima di Punta Sabbioni, e come noi decie di famiglie che formavano gli accampamenti. Peccato per quel divieto: all’epoca si viveva con poco, nessuna porcheria lasciata in battigia, almeno fino a un certo punto, chissà.
Comunque negli anni novanta, vietan la spiaggia, e apriti cielo, andiamo in campeggio, e sempre meglio attrezzati: cresciamo noi bimbi e voi volete qualche comodità in più.
Ora siete davvero anziani e vi ho portato su le poltrone in questa casetta tra i salici del Sile, a pochi passi dalla spiaggia. E anche il triciclo. Non il mio, ho imparato prestissimo ad andare in bici, e anche a nuotare e fare la ruota che voi insegnavate ginnastica artistica per gioco da grandi atleti quali eravate. Ho portato il vostro triciclo, con le ulte enormi e il cesto dietro, che usavate negli ultimi anni per andarvi a prendere la frutta dagli ortolani: pesche grosse così, e il vino fragola dei frati che mi davate come fosse latte di nascosto da mamma, che mi trovava di buonumore senza capire! Ma come non esser di buon umore con voi! Con te nonno che eri il pittore del campeggio e io passavo i più bei momenti a guardarti dipingere in magazzino d’inverno; un magazzino tutto da risistemare ora, che non ci sei più.
Ci facevi tele, cornici, stucchi e quanti quadri, in quel piccolo magazzino sotterraneo dove spesso arrivava l’acqua alta!
Ce ne fosse uno di cui non andavi orgoglioso! Difficile dirti che non erano meravigliosi!
Ti piaceva migliorare, e non disdegnavi di farmi notare sempre, come l’ultimo fosse migliore del precedente, in questo e quest’altro accorgimento di sfumatura!
Usavi solo olio e terre scelte in quei negozi che non esistono più.
Ne apristi tu persino uno accanto all’osteria da Codroma, poco dopo la casa del Marinaio,che eri soddisfatto di aver ristrutturato personalmente. Ora è una palestra e una sede dell’università. Eri un dipintore e decoratore; così c’è scritto sui biglietti da visita che ancora conservo. Venivi da nessuna accademia, copiavi a vista ogni superficie: marmi ne sapevi fare a centinaia, legni anche, questo e pino, questo è abete, ti bastava uscire e guardare. Devi esser stato un grande osservatore, oltre che un esteta e un cultore della bellezza semplice. Così, senza pretese, nel tuo piccolo mondo di tende accampate e magazzino d’inverno , distribuivi perle preziose di saggezza popolare alla tua nipote che ti si attaccava al braccio. Un braccio d’atleta, dicevi, un piede perfetto, indicavi , tirandone la punta come i ballerini. E io ti imitavo ogni volta, c’è da dire spesso con mediocri risultati! Ma quanto era utile sentirti dire a ogni disegno E dove la mettiamo la luce? E le ombre? E la prospettiva ?…Poco ti importava che a malapena avessi 4 anni, tu mi insegnavi e io ascoltavo.
E poi se era Agosto andavo a raccoglier le more. La nonna era davvero impavida tra i rovi. Quante dovete averne passate insieme in quei 70 anni! Il Cotonificio, anche quello ora è un’università, ma prima di ciò, e dopo il cotone, ci facevano i grilletti delle bombe, e tu nonna ci lavoravi. Benché fossi profumaia , non so se si dice così, ma passasti dall’odore delle more a quello della guerra, senza batter ciglio, e senza tradire né nonno né te stessa! Mi raccontavi di come dalla laguna ti toccava arrivare a piedi fin dentro la campagna, percorrendo a piedi il ponte della libertà, che per molti era prigionia, per procurarti il carbone che scaldava le notti gelide tue e delle tue sorelle. Mai una volta cedesti alle lusinghe dei soldati che ti invitavano ai più sacrileghi baratti. Non era una questione di religione. Dal prete non ci andavate mai, non vi piaceva lo Stato, non vi piaceva la Chiesa, vi piacevan i sentimenti semplici e il vino buono dei frati, quello si. Più che altro era una questione d’orgoglio personale. Di rigore morale, di quello al contempo tenace e romantico come pochi se ne vedono . Ai frati del vino parlavate di famiglia e di musica ne son certa. Cose d’altri tempi si dice ora. Chissà se è vero. Vorrei credere di no.
Tu nonno suonavi la fisarmonica, ma non abbiamo mai capito questa smania di cederla al primo nipote maschio che poi infine non c’è mai stato, solo femmine! La fisarmonica riposa non proprio dimenticata, giust’appena indolenzita da dita inesperte e spalle troppo strette per farla respirare tutta come si deve. Del resto tu eri un atleta, specialista in acrobazie sugli anelli, e il problema delle spalle strette, quello no, non l’hai proprio mai avuto. Ma forse è anche grazie a questo che, piuttosto della fisarmonica, io amo la musica e canto.
Le poltrone sono state sistemate l’una di fronte all’altra, come di fronte alla stufa a gas di casa vostra, a Santa Marta.
Nella casina sul Sile, tra i salici piangenti, c’è un camino però, spero vi piaccia.
Una volta d’inverno andrò ad accenderlo con gli amici, prometto.
Ho portato qualche maschera in plastica per decorare l’angolo; si, non posso portarne di preziose, né tantomeno i quadri, non almeno finché s’aggiusta la porta. Meglio restino qui a casa, attorniate dagli stucchi che hai fatto con amore, che davvero non sembra di essere in una casa dei quartieri popolari, se non fosse che tubi e impianti non vanno che a singhiozzo; ma tu, anche qui, avevi le spalle larghe di chi ha fatto la guerra , e aggiustavi tutto, sempre; quasi fin alla fine dei tuoi giorni era impossibile farti scender dalle scala col pennello in mano, e farti ragionare su quanto fossi ormai fragile.
Ci provavano i tuoi figli a dirtelo, ma io sapevo, che tra un dipinto e l’altro da sempre mi hai detto che a un atleta e a un artista è meglio sparare che metterlo seduto.
Conoscevi la morte e conoscevi la vecchiaia prima ancora di invecchiare.
Come solo i poeti sanno fare eri altrove prima del tempo. Dopo i molti mesi fermo sul letto d’ospedale, comunque mi dicesti con un fil di voce : vedi amore, così è la vecchiaia, e bisogna aver solo pazienza.
Ti scesero due lacrime dolcissime dagli occhi increduli e cerulei quando ti lessi il libro degli ospiti , le dediche e ti mostrai il catalogo della mostra. La mostra dei tuoi quadri che esibivi orgoglioso solo a chi passava a salutarti alla tenda o al magazzino. Nonna sapeva quanto eri prezioso e ti teneva stretto, mica ti faceva andar per il mondo , lei, mai fatta una di mostra tutta tua, e per mettervi d’accordo l’ abbiamo fatta in casa. Si proprio in questa che sempre sarà la casa di un artista e della sua compagna che profuma, coglie more e fa le sarde coi pinoli buoni.
Mi hai chiesto molte volte nonno, se avessi avuto cura io di casa tua poi, l’avete avuta perché era giusto, perché una volta davvero Venezia era una grande città, di quelle che tu mi dicevi: non esiste altro posto al mondo dove si vive così.
E davano le case a chi ne aveva bisogno, tipo a chi , come voi veniva sfrattato dalle opere invasive. Ora lo sfratto ce l’ho io ahimè, e pensare che tu dal letto d’ospedale mi hai detto “mi raccomando , che non la occupi gente strana”. E’ vero di gente strana che gira, sapessi ora quanta ce n’è, e invece, ironia della sorte vuole che l’occupante senza titolo sia io. E che io sia la gente strana, o che ora sia strano tutto il mondo.
Ma non è poi così strano se lo si guarda come facevi tu , con gli occhi di un artista e col cuore di chi, in fondo, ha poche pretese: il mare , l’amore, e il buon vino a fine mese.

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