Sulle occupazioni delle case a Venezia

I movimenti di lotta per la casa esistono da sempre. Si stratificano in modo eterogeneo, prendono la forma della collettività che li compone e la difficoltà di darne un tracciato uniforme è in realtà una risorsa: ogni storia è diversa, ogni individuo e ogni famiglia ha un suo percorso peculiare che racchiude storie di scelte forti, per certi versi estreme, che corrispondono a esigenze, ideali e convinzioni su come la società dovrebbe intervenire sulle aspettative di tutela dei singoli.

Sviluppare la consapevolezza di non essere affatto parte di un ampio disegno progettuale, ma di poter incontrare lungo il percorso persone simili permette di delineare un tracciato della situazione affatto uniforme, ma lucido nei quesiti da porsi.

Perché occupare una casa? A quale titolo? E come farlo? Siamo certi che la società stessa non ne benefici ? Siamo certi che in un momento di assoluta precarietà lavorativa e contrattuale, con stipendi che non reggono l’ascesa del costo della vita, questa azione estrema possa essere etichettata come criminale?

In una città come Venezia, vetrina di eventi culturali internazionali di indubbia ricchezza, scrigno di tradizioni uniche nel suo genere, ma anche crocevia di speculazione, corruzione e scandali, la questione delle occupazioni degli enti di gestione delle case destinate ai cosiddetti “casi sociali” si delinea chiaramente come possibile conseguenza alla realtà che ci circonda.

E la realtà è che la malagestione delle risorse e l’ottusa burocrazia che blocca le assegnazioni, diradando i bandi o peggio, rendendoli accessibili a classi sociali già abbienti che possano farsi garanti della riuscita economica della gestione delle case, hanno reso quartieri interi disabitati, danneggiato beni esistenti, lasciato all’incuria del tempo e dell’umidità interi stabili, creando, oltre al danno effettivo, anche la beffa imperdonabile di dover rincorrere riparazioni estreme e sostenere spese altrimenti evitabili o indubbiamente minori, per il riassestamento dei propri appartamenti abitati, i quali subiscono in vario modo e ma sempre pesantemente l’abbandono degli spazi chiusi adiacenti : perdite e intasature di tubi, marciume di infissi, dei legni e dei muri, dissesto ed esplosione delle pavimentazioni a causa dell’umido e altro ancora.

Oltre a ciò, non meno importante, all’incuria materiale si va ad aggiungere la perdita di relazioni umane, altresì importanti per il prosperare di qualsiasi comunità. Numerose attività si son chiuse per mancanza di clienti residenti che possano farne, se non prosperare quantomeno, resistere l’esistenza.

Ci troviamo così in un quartiere o isolato di dorsoduro , alle spalle del porto, S. Marta, dove l’insediamento di centri di ricerca e aule universitarie risultano un goffo tentativo di ripopolare l’area, ma che , in verità, non comunicano con la vera problematica del posto facendo apparire il positivo concetto di riqualificazione che ne consegue marginale e al limite dell’offensivo.

Occupare una casa significa liberare questa problematica. Suscitare domande, aggregare aiuto. L’azione scuote l’opinione con una duplice valenza : da una parte il tentativo di risolvere i problemi di coloro che necessitano una casa, non potendo sostenere le spese del libero mercato degli affitti a cui segue l’intento di sostenere nella pratica e nel morale la presenza di coloro che si trovano da indigenti a far le spese dell’incuria e della solitudine, e dall’altra quella di sollevare il problema stesso, e renderlo noto e visibile a tutti.

La consapevolezza che si sviluppa è appunto quella, importantissima, che alla cecità e all’obsolescenza dei sistemi delle amministrazioni e dei governi non possa e non debba corrispondere la cecità dei cittadini.

Per questo teniamo traccia dei percorsi.

Annunci